mercoledì 3 maggio 2017

Sono stanca... di tutto. Vorrei fuggire da qui, ma spesso l'unica fuga di cui abbiamo bisogno è quella dai luoghi interiori.
È da quando il mio cervello è maturato che sono infelice. È sempre stato tutto uno schifo. A 11 anni ho iniziato ad odiare il fatto di svegliarmi e andare a scuola. È stata una lunga tortura fini ai 18 anni. L'avrei mollata, pur essendo intelligente e capace, perché erano 5/6 ore lunghe, infernali. A 14 anni ho iniziato a sognare un piccolo cagnolino peloso e affettuoso che mi accogliesse di ritorno da quell'inferno. Sognavo di tornare triste e perdermi in quegli occhi dolci, di prendere la bestiola e metterla sul mio letto, di abbracciarci, di avere le sue coccole, di abbracciare la piccola creatura per far passare tutta la tristezza. Quella coda scondinzolante, quel nasino bagnato e quegli occhioni pieni di amore non sono mai arrivati. Nonostante ciò, tutta quella solitudine e quei problemi adolescenziali erano nulla rispetto alla mia situazione attuale. Arrivata all'università sono stata pervasa da una forte solitudine. Non c'era più la mia famiglia con me, non c'erano più le ore di tristezza senza la necessità di aprire un libro per stare in pari. È stata una violenza cerebrale costante, con solitudine e qualche coinquilina che mi deprimeva. E quando pensavo di aver trovato l'amore, pur essendo qualcuno che non amavo, che non era ciò che avevo sempre desiderato, si è rivelato essere un puro fattore depressivo. Non mi sono mai sentita giusta e al mio posto. Era manipolativo, cattivo, feticista e brutto. Ero troppo sola per capirlo però... e ho continuato, per anni, a far finta di averne bisogno per arrivare alla laurea. Sapevo che la solitudine era un peso troppo forte da sopportare per dare un esame al mese. La solitudine mi ha rovinata.
E tutt'ora continua a rattristarmi il modo in cui ho depresso i miei a causa del mio essere. È dai 12/13 anni che salto i pasti, che sclero per nulla, che vivo depressa. Andavamo al mare ed era tutto uno sclero contro mia madre che mi aveva fatta grassa. Alternavo abbuffate di rabbia perché il cibo era il mio unico amico, a digiuni. Tutto questo è finito a ottobre 2015. Finalmente ho smesso di guardarmi in quel modo. Forse ho smesso perché ho capito che non serve sentirsi sbagliata. O forse perché qualcos'altro mi deprimeva più dei rotoli di grasso, o forse perché stavo somigliando sempre più ad una malata terminale, mangiavo roba più triste di un pasto da ospedale e il mio corpo sembrava quello di chi ha un cancro inoperabile. La mente mi ha fatto un brutto scherzo.

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